Marx e la critica dell'antropologismo

Il rifiuto della riflessione antropologica in quanto tale, identificata con le tesi dell’essenzialismo feuerbachiano, scrive Roberto Fineschi (in Marx e Hegel, Carocci) porta Marx alla convinzione secondo la quale “che cosa significhi uomo, quale sia la natura del suo rapporto con gli altri e via dicendo sono caratteristiche che si stabiliscono solo mediante lo strutturarsi delle formazioni sociali specifiche” (p. 100).

Nelle formazioni sociali specifiche si manifestano le determinate relazioni sociali di produzione, e sono queste determinate relazioni che definiscono ogni volta che cosa significhi uomo, società, natura umana (p. 102).

Diversamente da Feuerbach, per Marx, il Marx della dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione, ora, “l’essenza dell’uomo non è altro che il prodursi storico degli uomini in forme via via determinate”, e non esiste una condizione naturale data, né originaria, né ideale, né come meta da raggiungere (p. 103).

Per esempio, la stessa idea di uomo in genere, lo stesso concetto di persona, derivano dall’affermarsi e generalizzarsi del modo di produzione capitalistico, che dal suo “momento zero”, nel quale il lavoro è il lavoro individuale del contadino e dell’artigiano, genera il “lavoratore complessivo”, l’uomo universale prodotto di questa fase della riproduzione umana nella natura-  il lavoro diventa sociale (p. 101).

L'immagine del mondo e del'uomo che troviamo sul piano del pensiero è qualcosa che emerge dalla dinamica reale del modo di produzione.

Il suo superamento, perciò, non può avvenire tramite la critica delle ideologie. Le ideologie, essendo il prodotto "culturale" di questa dinamica reale non possono che riproporsi continuamente, trovando anzi conferma in questa dinamica.


Ma come può avvenire allora questo superamento nella tenaglia oggettiva e soggettiva delle condizioni esistenti ?

Nella Prefazione al Per la critica, scrive Fineschi, Marx ragiona in questo modo: "la coscienza non crea il mondo, ma è l'essere sociale a crearla; lo sviluppo dei rapporti di produzione fa sì che la forma in cui esso si è realizzato entri in contraddizione con il livello di produttività raggiunto; questo instaura una fase rivoluzionaria in cui gli uomini agiscono sulla base delle ideologie, che non sono mai una comprensione effettiva del processi stesso. Tuttavia essi agiscono, e poiché una formazione non tramonta prima di aver sviluppato tutte le sue potenzialità, si pongono problemi la cui soluzione è possibile" (p. 104).

Fineschi si sofferma sul fatto che il superamento della società borghese viene presentato come superamento della "preistoria" dell'umanità, e sottolinea come la nuova epoca, così profetizzata, "potrebbe tranquillamente essere quella dell'umanità riconciliata con la propria essenza di cui già nei Manoscritti del '44", a dimostrazione che la problematica dell'alienazione e dell'ente generico non è mai del tutto abbandonata da Marx (il capitolo 2 del libro è interamente dedicato a questo argomento) . Una posizione che, riproponendo i temi dell'utopismo giovanile, è, però, destinata ora a creare aporie (p. 104  e sgg.)


Fineschi avrebbe dovuto, mi pare, anche soffermarsi sul concetto dell'instaurarsi di una fase rivoluzionaria in conseguenza della contraddizione presente nella situazione reale.

Perché, se è vero che gli uomini agiscono rispondendo ad un disagio che minaccia le loro vite, non è detto che questo loro agire vada verso un  superamento dell'esistente. E quel "tuttavia essi agiscono",  con il quale Fineschi cerca di aggirare il problema finisce, al contrario, per farlo risaltare, mostrando come la svolta del Marx maturo, nella direzione di uno "storicismo integrale", presenti difficoltà, anche a prescindere dal riemergere del concetto di alienazione.

Questi uomini che "tuttavia agiscono", infatti, mentre sono ancora avvolti dall'ideologia dominante, non si capisce come possano tirarsene fuori, a meno che non si attribuisca all'azione in quanto tale un qualche potere taumaturgico.

Oppure, e questa sembra l'ipotesi più probabile, non si attribuisca alla Storia, la storia con la s maiuscola, il potere di forgiare un materiale vivo fatto  delle azioni e delle passioni degli uomini, fino al punto di generare, per loro tramite, le soluzioni che  essa stessa (la Totalità, l'Umanità ecc.) ricerca, per sanare, nell'eterogenesi dei fini, le "scissioni" che la fanno "soffrire" .

Cancellato qualsiasi possible antropologismo, azioni e passioni si riducono a semplici strumenti, cui non è riconosciuta nessuna vera fisionomia propria; nessuna degna di una teorizzazione appropriata. Fineschi parla, a questo proposito di "astratte costanti che però come tali non esistono mai" (p. 100).

Ma anche le venature del marmo su cui opera lo scultore come tali non esistono mai. E neppure sono mai sempre le stesse. E tuttavia esse rappresentano la condizione imprescindibile senza la quale la stessa azione del forgiare una statua non sarebbe possibile.

Sarebbe interessante studiare le conseguenze che questa sottovalutazione della dimensione antropologica ha avuto nella storia dei marxismi.

E' in questo punto che può inserirsi una ripresa di Spinoza.

Si tratterebbe, però, di andare oltre la lettura tutta filologica, che punta a ritrovare nei testi un "nuovo Marx", sulla base delle pubblicazioni del MEGA, cui Fineschi coerentemente con la sua impostazione di fondo si attiene.


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